martedì 26 aprile 2011

GUERRA!

Bombardiamo anche noi, 
Berlusconi suona la carica


su il manifesto del 26/04/2011
Cent'anni dopo l'avventura coloniale dell'Italia giolittiana
«Il presidente del consiglio, Silvio Berlusconi, ha avuto poco fa una lunga conversazione telefonica con il presidente degli Stati uniti, Barack Obama, sugli sviluppi della crisi libica. Nel corso del colloquio, il presidente Berlusconi ha informato il presidente Obama che l'Italia ha deciso di rispondere positivamente all'appello lanciato agli alleati dal segretario generale della Nato ... per aumentare l'efficacia della missione intrapresa in Libia in attuazione delle risoluzioni Onu 1970 e 1973. A tal fine l'Italia ... ha deciso di aumentare la flessibilità operativa dei propri velivoli con azioni mirate contro specifici obiettivi militari selezionati sul territorio libico, nell'intento di contribuire a proteggere la popolazione civile libica. Con ciò ... l'Italia si mantiene sempre nei limiti previsti dal mandato dell'operazione e dalle risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite... Le azioni descritte si pongono in assoluta coerenza con quanto autorizzato dal parlamento, sulla base di quanto già stabilito in ambito Onu e Nato, al fine di assicurare la cessazione di ogni attacco contro le popolazioni civili e le aree abitate da parte del regime di Gheddafi».
Così, poco dopo le 8 di ieri sera Berlusconi ha dichiarato guerra alla Libia. 1911-2011, esattamente cento anni dopo aver inaugurato i bimbardamenti aerei sui civili libici, l'Italia tornerà a bombardare la Libia. Pazzesco, prima ancora che «rovinoso», come ha detto il vescovo di Tripoli, monsignor Martinelli. Un regalone all'assatanato Sarkozy che arriva oggi a Roma: forse in cambio delle bombe italiane, si prenderà qualche migrante libico sbarcato in Italia per sfuggire alle bombe italiane.

Lasciamo stare le idiozie del macho Benito La Russa che infine può tornare sull'agognata quarta sponda («L'Italia non vuole sentirsi da meno di altri paesi») o di un Italo Bocchino attaccato anche lui alla stessa sponda («Finalmente la fine di una politica estera ambigua»). La reazione più tragica è quella del Pd, l'«opposizione» («Se verranno confermati i confini» della risoluzione 1973 «il Pd non farà mancare il suo assenso»). Il presidente Napolitano, che diceva che in Libia «l'Italia non è in guerra», è stato «informato». Furiosa la Lega che vede profilarsi all'orizzone le «orde» di profughi.
La decisione di Berlusconi ha fatto passare in secondo piano le notizie di ieri. Da un lato quelle del «più pesante» (e mirato) raid Nato su Tripoli, anzi sul compound di Bab al-Aziziya residenza di Ghddafi, nella notte fra domenica e lunedì; del primo attacco di un drone Usa, sabato intorno a Misurata; e della ripresa dei bombardamenti delle forze governative sulla città.
Dall'altro la notizia - potenzialmente più promettente -, di ieri pomeriggio: il ministro degli esteri libico Abdelati Obeidi e due rappresentanti del Consiglio nazionale transitorio di Bengasi si trovano ad Addis Ababa, in Etiopia, per incontrare esponenti dell'Unione africana e discutere una soluzione negoziata delle crisi. La Ua ricordava come questa sia la prima volta che gli insorti si presentano a colloquio con gente del regime gheddafiano. A inizio aprile l'Unione africana aveva messo a punto un piano di pace, accettato dal governo libico, ma non dal Cnt in quanto non prevedeva come condizione sine qua non l'uscita di scena di Gheddafi e figli. In Etiopia i ribelli sono rappresentati da Al Zubedi Abdalla, ex ambasciatore in Sudafrica, e Bujeldain Abdalla, ex ambasciatore in Uganda. I negoziati sono indiretti e gli incontri separati.
I tentativi di mediazione dell'Unione africana si scontrano con quelli dei falchi della «coalizione dei volenterosi» che tirano ad allargare «la guerra umanitaria» trovando argomentazioni in qualche caso grottesche. Ed ecco che dopo il pesante bombardamento su Tripoli di domenica notte, nell'evidente tentativo di beccare finalmente Gheddafi e così risolvere il problema, salta su qualcuno a sostenere che la risoluzione 1973 del Consiglio di sicurezza, con cui si dà mandato alla «comunità internazionale» di imporre la no fly zone sulla Libia per difendere i civili, autorizza anche i raid mirati sul Colonnello. È questa l'interpretazione che danno della risoluzione tre senatori Usa, i repubblicani Lindsey Graham e John McCain - reduce della sua missione a Bengasi dove ha promesso un maggiore aiuto Usa ai ribelli - e l'indipendente (uomo di Israele) Joseph Lieberman. «Non posso pensare a nulla che possa proteggere di più i civili della Libia più della rimozione di Gheddafi», ha detto.

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