venerdì 12 novembre 2010

Federazione della Sinistra: un'analisi di Pegolo

IL CAMBIO DI PASSO NON PIU’ RINVIABILE

 

di Gianluigi Pegolo, reponsabile Nazionale Enti Locali del PRC
Mentre si stanno svolgendo i congressi della Federazione della Sinistra occorre interrogarsi sull’efficacia della linea fin qui seguita. Partiamo da una constatazione, purtroppo non incoraggiante. Dalle elezioni europee in poi la FdS ha perso consensi elettorali. Appellarsi al black out dei mass media non è sufficiente. A me pare che la spiegazione più credibile stia nel suo profilo non convincente e, in particolare, in un surplus di politicismo che, di fatto, ne ha ridimensionato il profilo alternativo.

Non mi riferisco tanto alla proposta dell’alleanza democratica per battere Berlusconi. In una situazione di emergenza politica e sociale è in sé ragionevole sostenere una simile proposta. Il problema è più generale. Esso sta nella centralità assunta, prima ancora che nel dibattito interno, nella pratica concreta, del momento elettorale a scapito di un intervento sociale significativo e della tendenza, per  conseguire l’obiettivo delle alleanze elettorali, a moderare le posizioni e a rendere vaghe le differenze. Ne è un esempio emblematico la “retorica dell’unità” che ha contraddistinto gli interventi pubblici di alcuni dirigenti della FdS, in un afflato frontista dietro al quale sono spesso scomparsi gli elementi distintivi che dovrebbero caratterizzarci, rispetto al PD, ma anche ad altre forze di sinistra, SEL in primis.
Il paradosso è  che in questi mesi, mentre imperversava nelle nostre fila l’appello all’unità, altri ( dall’IdV allo stesso Vendola), hanno puntato (anche con molta spregiudicatezza) sulla loro diversità, in primo luogo rispetto al PD. Non si può disconoscere che questa impostazione mirata più alla differenziazione  che alla ricerca degli elementi di unità abbia pagato in termini di consensi molto di più. Ma veniamo al nuovo scenario che si sta aprendo e che a mio parere rende ancora più urgente questa correzione di linea.
Benché la situazione politica sia in continuo cambiamento è ormai abbastanza evidente che la crisi in cui si dibatte il centro-destra difficilmente aprirà la strada a elezioni anticipate. Lo scenario di gran lunga prevedibile è il passaggio, in caso di crisi, a un governo tecnico o di larghe intese, come lo si voglia chiamare. Esso dovrebbe coinvolgere settori del centro destra, del centro e della sinistra moderata. Un governo non breve e non concentrato solo sulla legge elettorale, ma con un suo programma, seppure minimo, che comprenderebbe scelte di politica economica e probabilmente anche misure sull’assetto istituzionale ( il federalismo fiscale, in primo luogo). Per questo si parla di “governo di transizione”.
Appare anche abbastanza chiaro che dietro a questa operazione non vi sono solo alcune forze politiche intenzionate a liquidare Berlusconi, ma anche forze economiche e sociali, insomma un pezzo non irrilevante di poteri forti. Nessuno può illudersi sulle conseguenze sociali di un simile esperimento. Le conseguenze più probabili sono una linea di politica economica ossequiosa verso gli orientamenti liberisti e monetaristi dell’UE e supportata da un disegno neo concertativo  (o forse, per meglio dire, neo corporativo) nelle relazioni sociali che mortificherebbe il conflitto sociale. Questo scenario inquietante costituisce, pertanto, il quadro di riferimento probabile con cui avremo a che fare. Ma ciò costringe ancora di più a una correzione di rotta della FdS. Ciò vale in particolare su tre questioni decisive.
1.      La prima riguarda il rapporto con il centro sinistra e, in particolare, con il PD. Mi pare abbastanza evidente che senza una forte caratterizzazione e un’esplicita differenziazione sia arduo recuperare consensi. Nel caso si giungesse a un governo tecnico del tipo di cui ho detto, sarebbe ancora più necessario ribadire non solo la nostra autonomia ma la nostra opposizione. Ma in questo caso cosa resterebbe della parola d’ordine dell’alleanza democratica, proposta sorta come risposta all’esigenza di concorrere nelle elezioni anticipate alla sconfitta di Berlusconi? Cosa resterebbe, a maggior ragione se la stessa legge elettorale venisse modificata e liberata dall’orrore del premio di maggioranza? Stiamo discutendo di possibilità, non di certezze, ma di possibilità molto concrete. In ogni caso non mi pare vi possano essere dubbi: se la FdS non recupera da subito una forte caratterizzazione autonoma, se non si ricolloca nel conflitto sociale, se non punta a un recupero di consensi anche rischiando tensioni sul piano delle relazioni politiche a sinistra, corre il rischio di vedere calare i propri consensi e, alla fine, di essere penalizzata anche elettoralmente. Qualcuno obietta che non si può rinunciare all’obiettivo della cacciata di Berlusconi e questo implica l’alleanza con la sinistra moderata. Rispondo che l’alleanza con la sinistra moderata si rende indispensabile solo in presenza di certi meccanismi elettorali e, in ogni caso, ciò non giustifica comunque il ridimensionamento della propria autonomia politica. 2.      La seconda questione decisiva riguarda il movimento di massa. La FdS ha sempre rivendicato il suo appoggio al movimento di massa, ma fino a che punto a queste enunciazioni ha corrisposto un impegno vero sui territori? Se si eccettua il contributo reale dato di recente alla manifestazione del 16 ottobre, in precedenza un’iniziativa articolata sulla crisi e sulle altre questioni socialmente rilevanti è venuta parzialmente dal PRC, ma limitatamente dalla FdS, in quanto tale. Il punto sul quale però vorrei richiamare l’attenzione è quello della qualità che dovrebbe possedere il movimento di massa e gli ostacoli che esso incontra. La qualità è quella che si coglie nella manifestazione del 16. Un movimento che assume il lavoro come elemento centrale, ma che vede la partecipazione attiva di un’ampia gamma di soggetti, dai lavoratori della scuola e del pubblico impiego, ai protagonisti delle battaglie sui  diritti civili, a quanti si sono mobilitati in difesa della democrazia, che si muove su una linea autonoma e non concertativa. La Fiom ha avuto il grande merito di dare a tale movimento un riferimento chiaro e forte. L’evoluzione della  situazione politica e in particolare le sirene sempre più forti della concertazione ( delle quali la CGIL, nella sua maggioranza,  sembra incline a subire il richiamo) costituiscono gravi minacce per questo movimento. Per questo occorre sostenerlo e articolarlo territorialmente ( in questo senso la costituzione dei comitati 16 ottobre ovunque è il primo impegno da assumere), ma occorre anche affrontare senza reticenza il nodo del sindacato e della necessità di una modifica di linea della CGIL, condizione essenziale per il rilancio di un forte sindacalismo di classe, espressione di sindacati confederali e sindacati di base. Ma anche per promuovere una mobilitazione ampia in cui la convocazione dello sciopero generale costituisce un obiettivo fondamentale. 3.      Infine, la terza questione: l’’unità a sinistra. Anche qui è necessario finalmente uscire dal generico. Di quale unità stiamo parlando? Delle forze a sinistra del PD ovviamente, ma come la mettiamo con SEL? Il progetto di SEL (da questo punto di vista mi pare bizantino distinguere fra SEL e Vendola) punta alla ricostruzione di un centro sinistra, agendo sulla mobilitazione plebiscitaria, con un approccio non dissimile da quello di Veltroni. Cosa ha questa impostazione di comune con la scelta di costruire una sinistra di alternativa autonoma dal PD e con la volontà di superare le logiche del bipolarismo espressa ufficialmente dalla FdS? Mi pare assai poco. Perché allora alcuni dirigenti della FdS mettono sistematicamente in sordina queste differenze  quasi che fossero irrilevanti? Nessuno discute sull’esigenza di promuovere offensive unitarie, ma questo non può tradursi in un codismo che alla fine ingenera ancora più confusione. In particolare, mi chiedo, cosa può pensare un elettore di sinistra che guarda a noi nel momento in cui alcuni sostengono che alle primarie del centro sinistra bisognerebbe partecipare dando indicazione di voto per Vendola?  E questo benché abbiamo sostenuto che in ogni caso non parteciperemo al governo? A me pare che occorra essere realisti. La Fds deve prendere atto che oggi se vi sono delle potenzialità queste stanno a livello sociale. Una sinistra di alternativa si costruisce, in primo luogo, costruendo una relazione con le soggettività che si esprimono nei movimenti e nei conflitti.
Mi auguro che la FdS sappia cambiare passo, costruendo un nuovo profilo più convincente. Sono convinto che occorra impegnarsi con decisione perché ciò avvenga. E’ per questa ragione che con altri compagni ho presentato al congresso della Fds degli emendamenti che marcano questa esigenza di svolta.
In ogni caso, vorrei invitare tutti a riflettere sui segnali di ripresa della FdS nei sondaggi elettorali degli ultimi giorni. Interpretarli non è facile e l’arbitrarietà è un rischio sempre presente. Io, tuttavia, vorrei azzardare un’ipotesi. A me pare che se qualcosa ci ha consentito di recuperare credibilità nelle ultime settimane quel qualcosa è stato l’impegno dimostrato e la visibilità acquisita in occasione della manifestazione del 16 ottobre, dove le bandiere rosse della FdS erano tante, certamente superiori per numero ad ogni altra forza politica e hanno rotto il muro del silenzio intorno a noi. A me pare che se questa interpretazione ha qualche fondamento, il segnale dovrebbe essere colto. Esso ci indica una prospettiva concreta sulla quale lavorare.

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